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Angelo Gaccione

Racconti dalla Calabria

Angelo Gaccione è nato a Cosenza. Narratore e drammaturgo, ha pubblicato numerosi libri di saggi, racconti, aforismi e testi teatrali. Ricordiamo: Disarmo o Barbarie (insieme a Carlo Cassola); L’Immaginazione Editoriale (insieme a Raffaele Crovi); Lettere ad Azzurra; La Striscia di cuoio; quattro libri dedicati a Milano (Milano, la città è la memoria; La città narrata; Poeti per Milano; Milano in versi); Ostaggi a Teatro. Testi Teatrali 1985-2007. Nel 2016 ha pubblicato Il lato estremo (riflessioni e aforismi) e ha curato con Giorgio Colombo Intervista a Pier Paolo Pasolini. Torino 1961. Nel 2017, per il centenario della nascita, ha curato il carteggio inedito Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Nel 2018 ha pubblicato la raccolta poetica Lingua Mater. Per il suo impegno civile, gli è stato conferito il Premio alla Virtù Civica. Da 16 anni dirige il giornale di cultura Odissea a cui collaborano prestigiose firme alla cultura italiana e internazionale.

Foto di Dino Ignani – Roma 2013

Ambientati in un vero paese calabrese, ma dal nome inventato di Rocca-bruna, questi racconti però, difatti atroci e truci (storie di briganti, di vendette, di soprusi, di follie, di ignoranza, di abusi e misfatti di potere, di fanatismi religiosi…), sembrano, per la loro “estremità”, per il oro affollamento o concentrazione di male, rovesciarsi da una verosimiglianza e una inverosimiglianza, della realtà alla irrealtà dalla storia alla favola.

dalla prefazione di Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo

L’Incendio di Roccabruna

di Gabriella Galzio

Sfuggito a possibili ritorsioni, questo libro è giunto infine a noi strutturato in 15 quadri narrativi, uniti da un forte filo conduttore che li rende un’unica e coesa narrazione storico-antropologica ambientata in Calabria dall’anno 1000 ai giorni nostri. Potremmo definire questo filo rosso una iperbole del male, un male estremo, colto nelle sue varie sfaccettature storicamente concrete, di una violenza cupa e feroce, persino truculenta come ne “I cannibali”: “(…) uno dei briganti… tagliò col coltello un pezzo di coscia… lo infilò ad uno spiedo e dopo averlo arrostito, lo divorò sotto gli occhi eccitati della folla” (p.57). Soprattutto sono illuminate le ingiustizie e le empietà, le angherie dei signori (e la conseguente giustizia barbaricina) come nel racconto “L’incendio di Roccabruna” che dà il titolo al libro, dove non viene risparmiata nemmeno la grazia di una fanciulla pura come l’acqua: “La ragazza fu impastoiata e condotta nel palazzo di Roccabruna, dove don Vincenzo se ne poté saziare a piacimento…. Qualcuno disse che quel giorno persino le pietre delle vie si rivoltarono” (p.25). Sotto i riflettori è un mondo patriarcale arcaico fatto di faide e vendette, dove si giura bevendo il mestruo delle sorelle (p.38), ma anche semplicemente il male che arreca l’infausto destino. Sepolta viva, la florida e prorompente Clorinda farà dire al poeta: la bellezza muore giovane (p.63).

Se nella raccolta di versi Lingua mater la lingua dialettale è la lingua che canta il dolore, ne L’incendio di Roccabruna, che pure è dedicato alla madre, la lingua italiana della narrativa è la lingua che specchia il male. Sia pure, come ha commentato lo stesso autore in un’intervista, con qualche lieve concessione ai modi proverbiali (“corvi con corvi non si cavano gli occhi” (p.84) o alle forme dialettali (“dduvi u judici penni a giustizia mori” (p.84). Fatto salvo questo distinguo, resta di fondo che entrambe le lingue affondano le radici nella stessa terra.

Scrive Bonura nella postfazione che “tra i narratori meridionali che hanno esordito dopo il neorealismo e l’ubriacatura della neoavanguardia, Angelo Gaccione si distingue per una scelta linguistica orgogliosamente regionalistica, forse convinto che la letteratura italiana o riprende i suoi contatti con le radici oppure è destinata a disperdersi in un ambizioso quanto vacuo internazionalismo” (p.109). E questo appare tanto più vero quanto più si va incontro ai dissesti della globalizzazione. Ma per Gaccione questo rischio non c’è, così saldamente ancorato ai valori della memoria più profonda di una comunità e della sua umanità. Raccontare è tramandare: “Ditelo ai vostri figli” (p. 29) chiude il racconto “La taglia”. Stile legato alla terra, quello di Gaccione, e ad una oralità propria di una ormai remota civiltà contadina. Lo rivelano le chiuse, spesso di natura sapienziale(p.53, p.63), o le sentenze in stile aforismatico“chi è stato servo se ne dimentica” (p.28), o i moniti“non perdete mai la memoria” (p.80). In questi racconti è racchiuso il gioiello dell’oralità antica di un vecchio patriarca, Giuliano Greco, “che dispensava l’oro delle sue parole (…) era come un grosso baule pieno di sapienza (…) e come sapeva narrare…” (p.66/67), forse esistito davvero, fonte originaria d’ispirazione per lo stesso Autore. 

In Gaccione, dunque, l’immaginario, la memoria e la lingua affondano le radici nella terra di Calabria, in linea, come afferma Consolo nell’introduzione, con il “carattere realistico, oggettivo, storico e sociale /della / letteratura meridionale /e/ calabrese.” E benché l’Autore in incipit avverta i lettori “che queste storie sono assolutamente false”, tuttavia aggiunge “che possono apparire talmente reali da sembrare inverosimili” (p.9). Ciò non toglie che, in questa voluta ambiguità, realistico sia il suo stile, a tinte nette, con una grande forza immaginifica delle similitudini e, nelle ricostruzioni storiche, capace di rapidi ed efficaci giri di sintesi: “Poveri e ignoranti sotto l’aristocrazia feudale, poveri e ignoranti sotto la borghesia rurale giacobina. Superstiziosi e rozzi sotto la bandiera della Restaurazione, superstiziosi e rozzi sotto la bandiera della Rivoluzione” (p.55). Realistico persino nel rendere la lingua antica del ’400 come la si può desumere dalle cronache del tempo (p.43). Uno stile realistico, tuttavia, vivace, dinamico, con tratti quasi espressionistici ad esempio nella descrizione del brigante Natale Cozza nel suo crescendo iperbolico: “Incendiavo… avvelenavo… sparavo… Assalivo e sbranavo come un lupo affamato… e li facevo tremare come le canne degli acquitrini” (p. 29). Ma lo stile realistico di Gaccione conosce anche affondi nel registro leggendario: “Si tramanda che il giorno dopo su tutti i territori di Roccabruna, piovve ininterrottamente e con violenza. Sembrava l’Apocalisse. Ma non so dirvi dove finisce la storia e comincia la leggenda” (p.35). Così come tocca il registro magico fabulistico: “Chi c’era a quei tempi disse che il fuoco durò tre giorni e tre notti”, fino alla sparizione del castello come per incantesimo: “Se vi capita di passare per Roccabruna, troverete ancora qualcuno che vi dirà: «Un tempo su quella altura c’era un palazzo» (p. 26). Ne “Il documento rubato” si è proiettati infine in un universo bruegeliano, dove si assiste ad una sorta di teatro dell’assurdo con tanto di corte di giustizia degli animali, e di insetti sul banco degli imputati. Un’ultima considerazione va all’Io narrante, che non è mai distaccato, ma sempre caldamente partecipe alle vicende narrate, identificato ora con il personaggio, ad es. il brigante (p. 28), ora con lo scrittore che è in lui, coinvolto nella trama, ora col profondo calabrese: “A volte, devo confessarvelo, sono terrorizzato, pensando a che sangue mi scorre nelle vene” (p. 58). 

Dellostile è parte il respiro. E come nella migliore narrativa meridionale di ampio respiro – penso a Verga o a Pirandello per la Sicilia –, anche in Gaccione il radicamento regionale si slancia in una dimensione universale. Così, se Roccabruna è assimilabile alla Vicata di Camilleri (Angelo Pagliaro su “Rivista A”), purtuttavia trascende la sua ambientazione calabrese, va oltre la Calabria, in quell’ovunque universale che è la storia degli uomini. Roccabruna allora assurge a luogo simbolo dove si concentrano i mali del mondo e degli abusi di potere (come ne “La promessa” p. 87): “Che si sappia in ogni contrada: sempre la ricchezza si è fondata sulla frode e sul delitto. Pensateci ogni qualvolta vi chinate a riverire” (p.28). Abbiamo detto del luogo. Ma anche rispetto alla collocazione temporale dei fatti narrati, molti dei quali si situano a cavallo fra 800 e 900, può dirsi che la narrazione esorbiti dai suoi confini temporali per raggiungerci nel nostro tempo, ne sono esempio gli emigranti d’inizio secolo che ci fanno balenare i migranti di oggi e quell’unica figura che sono “i miserabili del mondo” (p. 74). O, ancora, il detto “Dove il giudice pende, la giustizia muore”: come non ripensare al recente scandalo che ha investito il Consiglio Superiore della Magistratura! 

In sintesi, per un Autore che ha ormai cinque libri di racconti all’attivo, può dirsi che L’incendio di Roccabruna consolidi uno stile del racconto breve, fortemente concentrato e, nella sua tensione narrativa, memorabile. 

Ma per noi giunti in fondo, dopo tanta devastazione, nessun rite de sortie o lieto fine? Allora dal male non c’è redenzione! Se non conoscessi l’Autore per il suo impegno civile oltre che per la sua passione letteraria, potrei essere tentata di leggere in questa narrazione una resa mimetica al male. Ma quasi fosse un paradosso, in Gaccione, che pure implacabilmente racconta del male, tensione etica e narrativa non sono mai disgiunte, fino a porre il quesito: “può essere colpevole la letteratura?”(p. 89). Nei racconti, d’altronde, è lo stesso Autore che parla (per bocca del personaggio scrittore) del suo “amore per la verità mai venuto meno, il coraggio civile, sì… forse il coraggio, il coraggio di dire le cose, di schierarsi, questo era la costante dei miei scritti…”; lo scrittore con il suo sguardo in profondità e capacità di penetrazione: “Fu come avere attivato un terzo occhio in grado di trascendere le ragioni comuni e di arrivare a illuminare il cuore ultimo delle cose, la notte cupa della verità”(p.89). Al male, allora, per quanto estremo, pare dica Gaccione, non ci si arrende, si combatte.

Biagio Miraglia

L’Incendio di Roccabruna di Angelo Gaccione, si inserisce nella dimensione di una narrativa calabrese che ha avuto nell’Ottocento un esponente di rilievo nello scrittore Biagio Miraglia, figlio di un possidente di Cosenza, che faceva parte di un cenacolo di giovani estremisti in politica e romantici in letteratura che intorno a metà dell’Ottocento avevano avviato un dibattito culturale. L’ambientazione narrativa di Miraglia è il cupo paesaggio della Sila. Ebbe una vita movimentata e nel 1848 diresse i giornali Il Calabrese, e L’Italiano delle Calabrie partecipando alla lotta armata e all’insurrezione della Calabria e fu condannato a 20 anni di carcere. Successivamente si batté a Roma per la Repubblica Romana. Tra i suoi libri ricordiamo Cinque novelle calabresi, Le Monnier 1856.

Briganti Calabresi
Museo dei Briganti – Panettieri (Cosenza)

dal racconto La taglia ne L’incendio di Roccabruna

Verso la fine del Seicento e nella prima metà del Set- tecento, poi sotto i Borboni, gli usurpatori tirarono fuori i loro artigli voraci. I ladri del bene pubblico, i mangiatori di terra, gli affamatori dei poveri, si misero al lavoro per- ché le terre fossero schiave, e così gli uomini, gli animali, le nubi. Alla fine dell’Ottocento, il misfatto si compì de- finitivamente: lo Stato liquidò quanto restava di demanio pubblico, e gli avvoltoi misero filo spinato, tracciarono li- nee, segnarono confini sulla terra. E uomini divennero schiavi, si impoverirono, si venderono ad un gruppo di av- voltoi. La terra passò nelle mani di trenta famiglie o poco più; non le più laboriose, non le più bisognose, non le più oneste, ma le più arroganti, le più ladre, le più crudeli. Av- voltoi che avevano già oltre misura gli artigli sporchi di sangue. Così si arricchirono. Che si sappia in ogni con- trada: sempre la ricchezza si è fondata sulla frode e sul de- litto. Pensateci ogni qualvolta vi chinate a riverire. Io di- venni brigante per questo: ora lo sapete. Lo feci perché tutto restasse di tutti, e fossero liberi gli animali, le piante, le nubi, e gli uomini che vi erano nati, e non ci fossero fili spinati, ed i ruscelli rinfrescassero tutte le bocche.
Decisi quando arrivarono armati di fucili e ordinarono:
«Da oggi non potete più mettere piede qui. Questa terra ci appartiene.»
Era ingiusto, e così mi diedi alla macchia, altri si unirono a me. Finì la pace da queste parti: soprusi, risentimenti e vendette si inasprirono. Aumentarono rapidamente gli in- cendi dolosi; io vedevo morire tutto ciò che un giorno era stato vivo, bellezze che la natura ci aveva regalato.
«Non ve le godrete» giurai, prima di dare l’addio ai miei figlioletti, ed a Bosco vecchio cane fedele, che dovetti sparare perché non mi seguisse.
Ad ogni loro sopruso rincaravo la dose. Incendiavo le loro fattorie, avvelenavo i loro animali, sparavo sui loro guardiani. Assalivo e sbranavo come un lupo affamato, e vendevo cara la pelle. Riparavo i torti con risolutezza, e li facevo tremare come le canne degli acquitrini.
I poveri mi amavano, mi curavano, mi nascondevano. Il nome di Natale Cozza entrò rapidamente nella leg- genda. Tutti i vecchi diritti furono ristabiliti con la forza, gli usi civici ripresero. Poi le Autorità misero una taglia sul mio capo e sulla mia banda; temevano un contagio. E qual- cuno tradì. Impiccarono i miei uomini alle porte del paese, perché tutti vedessero quale sorte toccasse a chi osasse ri- bellarsi. Io fui venduto per 700 ducati d’oro zecchino (una cifra da vertigini, scrissero le gazzette), alla famiglia del podestà, che mi fece scorticare vivo dai suoi sgherri, in pubblica piazza. Sì, proprio su questa piazza, che hanno osato battezzare Della Concordia Celeste. Ma è una men- zogna; a quei tempi da queste parti, non c’era concordia né in cielo né in terra.
Ditelo ai vostri figli.

da LA FABULA NERA DI ROCCABRUNA

di Claudio Zanini

Sono racconti la cui brevità fulminante (storie spesso racchiuse nello spazio di tre, quatto pagine) permette il raggiungimento d’una tensione estrema che, in un testo più lungo, perderebbe la sua efficacia.

Storie atroci, dunque. Ma non del tutto, perché l’orrore che da essi trapela è, tuttavia, attenuato dal linguaggio sostanziato da una vena dialettale che pervade il loro crudo realismo di fondo, smorzandone i toni. Inoltre, a rafforzare tale aspetto, vale a dire a distanziarne la drammaticità, una serie di detti, modi di dire, proverbi e leggende popolari, aggiungono un tono favolistico alla narrazione; aspetto questo che mi ricorda il bel film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti.  

A rendere la fabula d’ancora più agevole lettura concorrono, insieme al racconto diretto, vari artifici come l’impiego di antichi documenti ritrovati, cronache del passato, memorie di lontani testimoni, racconti di protagonisti in prima persona e narrazioni oggettive, secchi dialoghi e serrate descrizioni.

Grazie a tali espedienti, Gaccione rende la narrazione viva, in grado di catturare l’attenzione del lettore – che legge d’un fiato un racconto dopo l’altro-, suscitando in lui sentimenti di sdegno e umana compassione, una profonda pietas, per gli sciagurati protagonisti dei fatti raccontati.

Nel tratteggiare tale fosco scenario, l’autore, che parrebbe “ossessionato dal male” come dice Giuseppe Bonura nella postfazione del libro, è mosso da una straordinaria passione civile. Si percepisce quanto s’immedesimi nei personaggi, nella loro anima nera (dice, con una sorta di sgomento, che è terrorizzato, “pensando a che sangue mi scorre nelle vene”), perché il loro è anche il suo sangue.

Gaccione ci guida in una sorta di girone infernale. Universo chiuso gravato da una violenza ancestrale vigente in una società arcaica sostanziata da un equivoco senso dell’onore. Dove dominano ineludibili e coercitivi legami di sangue che, causa un qualsiasi piccolo sgarro, innescano una trafila infinita di vendette che coinvolgono vecchi, donne, bambini e financo animali. Creature che s’azzannano l’un l’altro con ferina furia; si dibattono in storie truci di sgozzamenti, vendette, stupri, inaudite prevaricazioni del potere.

Un mondo cupo, dove l’altro viene visto con sospetto, come un potenziale rivale, un estraneo da temere e da cui guardarsi.

http://libertariam.blogspot.com/search?q=claudio+zanin

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